La povera regina Maria Antonietta non disse mai, a chi le rivelava che il popolo non aveva più pane: “Che mangino le brioche!” Fu una delle tante frasi che circolarono per denigrare la già tanto vituperata sovrana austriaca, mai veramente accettata e amata dal popolo francese. Il pane, questo alimento primario dell’uomo, così spesso associato a gesti e valori altamente simbolici e liturgici, è l’alimento sovrano che anche nel 1789 non può mai mancare sulle tavole di ricchi e poveri.

Per questo motivo la mattina del 5 ottobre del 1789, le donne dei mercati di Parigi si mettono in marcia verso Versailles, luogo di residenza della famiglia reale. Sono armate di picche, falci e trainano cannoni, nonostante non mangino da alcuni giorni e siano rese rabbiose e folli per la fame. Alla loro testa sono le pescivendole, donne dalla lingua affilata e dalla battuta pronta.

Protestano per l’aumento dei prezzi e per la scarsità di pane e perché vedono i loro figli morire d’inedia sotto i loro occhi nelle orrende stamberghe che erano le case di Parigi, numerose tra i palazzi sontuosi e le splendide piazze. Una pioggia torrenziale comincia a scrosciare impietosamente sopra quella marciatrici forzate, che nonostante tutto raggiungono Versailles e invadono la sala dove sono riuniti i deputati dell’Assemblea per urlare loro in faccia tutta la loro disperazione e la loro collera.

Ma quale tipo di pane si mangia nel 1789? Ancora una volta attraverso il consumo di pane si sottolineano le differenze tra le classi sociali. Nelle campagne, più che in città, si conservano le antiche abitudini alimentari, e si mangia fino a un chilo di pane al giorno. Nell’Orne, un dipartimento francese della regione della Normandia, si mangiano le crêpes di grano saraceno, ma anche le tartine imburrate; nel Nord si inzuppa il pane nel latte caldo mentre al Sud lo si accompagna con insaccati di maiale. Quando, durante il pasto, c’è della carne, la si taglia e la si serve su larghe fette di pane. Il padrone di casa taglia il pane recitando una preghiera o tracciando sulla crosta il segno della croce perché si ritiene che duri più a lungo.


Il “pane di sorbo”, compatto e spesso, con la crosta gonfia di bolle, è fatto con i resti della pasta ed è il pane dei poveri, come lo è anche il “pane di pula” fatto di grano di qualità inferiore e mal macinato tanto da contenere, appunto, parte della crusca. Il “pane buffetto” è invece un pane morbido di fior di farina addizionata di lievito di birra e cotto delicatamente. Assomiglia al “pane di Gonesse”, delizia dei parigini. Ci sono anche il “pane di mouton” di fior di farina impastato con il burro e insaporito di chicchi di grano e il “pane integrale bianco”, mescolato con farina bianca e semola; poi il pane a due colori cioè a strati di grano e segale, il pain de blême (pallido), il pane al caffè, il pane rousset (dorato), il pane a tortiglioni e infine il pane d’orzo, cioè il pane della carestia e della penitenza. Persino nel Medioevo, infatti, il pane d’orzo era alimento associato all’alimentazione delle bestie, e colui che mangiava questo tipo di alimento per non morire di fame era comunque arrivato al gradino più basso dell’esistenza.

Le donne protestano presso 
l’Assemblea Nazionale Costituente di Versailles

Sì, ma come andò a finire la marcia delle donne fino a Versailles? Dopo un confronto drammatico, esse riuscirono a riportare a Parigi “il fornaio, la fornaia e i garzoncello“, ovvero il re, la regina e il Delfino. Senza questo avvenimento, il corso della Rivoluzione sarebbe stato probabilmente molto diverso.

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Anche oggi si combattono battaglie per avere accesso a beni primari per la sopravvivenza, come l’acqua. E, andando come sempre sul personale, che cosa evoca il pane nella vostra memoria?


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Fonte:
La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione di Jean-Paul Bertaud, traduzione di Maria Grazia Meriggi – edizione Biblioteca Universale Rizzol