In occasione di queste feste natalizie e nell’ambito della mia rassegna artistica, ho pensato di proporvi una sorta di Natività laica. Si tratta de “Le due madri” del pittore Giovanni Segantini, un quadro che mi è sempre piaciuto molto, anche perché piaceva a mio papà. L’opera fu dipinta nel 1889 ed è esposta a Milano, presso la Galleria d’Arte Moderna. Misura 157 x 280 cm e quindi è di grandi dimensioni.
Il soggetto

Il quadro mostra l’interno di una stalla, di notte. Nell’angolo sinistro, e con la testa immersa in un’ombra fitta, è una mucca che, abbassando il muso nella mangiatoia, è intenta a mangiare. Sdraiato accanto a lei, c’è il suo vitellino che dorme tranquillo, e si confonde con la paglia di cui è disseminato il pavimento.
A poca distanza, seduta su uno sgabello a tre gambe da mungitura, una giovane contadina tiene tra le braccia il bimbo addormentato, e dorme, o forse si è appisolata, sfinita dalle fatiche della giornata appena conclusa. È vestita con un semplice abito scuro che arriva fino ai piedi calzati dagli zoccoli. Il capo è avvolto da un fazzoletto chiaro annodato. Anche il piccolo indossa un abito e una cuffietta bianchi.
Nonostante i colori bruni e terrosi con cui è dipinta l’opera, la stalla non è un ambiente cupo, ma pare emanare una calda fragranza, originata dai corpi animali e umani, dalla paglia e dall’ambiente chiuso e protetto.
Il silenzio è sicuramente assoluto, forse appena turbato dal tintinnio del campanaccio al collo della bestia, che si sposta per afferrare il fieno e ruminare, e dal respiro che esce dalle labbra della donna. Di quando in quando, anche il vitellino potrebbe muovere un po’ la testa facendo frusciare la paglia, o il bimbo agitare un po’ il braccio, che tiene penzoloni.
La luce di una grossa lanterna appesa illumina il posteriore dell’animale, sfiora il vitellino accovacciato, e splende in modo potente sul viso della mamma e sulle sue mani che reggono il figlio addormentato in grembo. La lanterna allunga le ombre della mucca, e quelle della madre col figlio, confondendole. C’è una prospettiva appena accennata, data dall’angolazione della mangiatoia a sinistra, per il resto la stalla non ha quasi profondità.
Una Madonna contadina
L’immagine della donna e del bambino ricorda quella di una Madonna laica, umilissima, e al ricordo concorre anche l’ambiente della stalla dove, secondo i Vangeli apocrifi, nacque Gesù. Leggiamo che cosa ci racconta lo Pseudo Matteo XIV,1-3:
Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Isaia, con le parole: “Il bue riconobbe il suo padrone, e l’asino la mangiatoia del suo signore”. Gli stessi animali, il bue e l’asino, lo avevano in mezzo a loro e lo adoravano di continuo. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: “Ti farai conoscere in mezzo a due animali”.
Con questa scelta compositiva e pittorica, la mucca monumentale che emerge dall’ombra, la figura della donna scolpita dalla luce acquistano pari dignità. Entrambe condividono lo stesso evento – la maternità – ognuna secondo la propria natura, in un’atmosfera di protezione e calore. Non vi è alcun rimando erudito, o intellettualismo, tutto è improntato alla massima semplicità, e per questo motivo il messaggio diventa universale e profondamente spirituale.
Il divisionismo
L’opera è stata dipinta secondo la tecnica pittorica del divisionismo, un movimento artistico nato alla fine del XIX secolo, caratterizzato dall’uso innovativo di una tecnica che scompone i colori in piccoli tratti o punti accostati, creando effetti di luminosità e vibrazione ottica.
Derivato in parte dal puntinismo francese, il divisionismo si differenzia per il suo legame con tematiche sociali, paesaggistiche e simboliste. Artisti come appunto Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo (di cui vi ho parlato qui relativamente al quadro Il Quarto Stato), e Gaetano Previati utilizzarono questa tecnica per esplorare sia temi di denuncia sociale, come la condizione dei lavoratori, sia soggetti legati alla natura e alla spiritualità.
Giovanni Segantini: un pittore irrequieto

Già, ma chi era Segantini? Giovanni Battista Emmanuele Maria, figlio di Agostino Segantini e Margarita de Girardi, nasce ad Arco, nella parte italofona del Tirolo, allora appartenente all’impero austriaco, in una famiglia povera, Nell’agosto 1862 rischia la vita, travolto dalla corrente di una “fitta”, canale artificiale che porta l’acqua dal fiume in campagna. Alla morte della madre, evento che dovette segnarlo profondamente, nel 1865 viene inviato dal padre a Milano, in custodia presso la figlia di primo letto Irene.
Giovanni a Milano si dimostra chiuso e solitario, al punto che viene arrestato per ozio e vagabondaggio. Sull’arresto pesa anche il fatto che non fosse un cittadino italiano. Nel 1870 viene poi rinchiuso nel riformatorio Marchiondi, dal quale tenta di fuggire nel 1871, e nel quale rimane fino al 1873.
A questo punto consentitemi un ricordo personale, della mia infanzia. Avevo tutta l’enciclopedia “Meravigliosa Italia”, di cui ogni libro dedicato a una regione particolare, che sfogliavo e leggevo avidamente. Ovviamente la mia preferita era la Lombardia!
Ogni volume si concludeva con alcune fiabe o dei racconti, e ricordo perfettamente che uno dei racconti del Trentino era dedicato alla storia di un ragazzino difficile, che era stato rinchiuso in una sorta di riformatorio. Grazie a un insegnante dell’istituto, il fanciullo, che ovviamente si chiama Giovanni, “scopre” i pennelli e la magia della pittura, e grazie all’arte trova la sua strada. Quel racconto era proprio dedicato a Segantini, e mi rimase molto impresso.

Continuando nella biografia, dopo il collegio, Segantini viene quindi affidato al fratellastro Napoleone, che vive a Borgo Valsugana, e, per mantenersi, lavora come garzone nella sua bottega. Rimane a Borgo fino al 1874. Al suo ritorno a Milano, ha ormai sviluppato una sua prima coscienza artistica e passione per la pittura, tanto che si iscrive ai corsi serali dell’Accademia di Belle Arti di Brera, che frequenta per quasi tre anni.
Da lì in poi il ragazzino ribelle spicca il volo, senza mai dimenticare la sua terra d’origine, il Trentino, i cui paesaggi ritrae in maniera meravigliosa. A conclusione del mio post, ve ne propongo alcuni:



I quadri sono: in alto a sinistra “Sole d’autunno” del 1887, “Ritorno dal bosco” del 1890 e infine “Mezzogiorno sulle Alpi” del 1891.
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Con questo post chiudo la rassegna degli articoli del 2024 e anche il blog si prenderà una salutare pausa natalizia. Un augurio di serene festività a tutti, anche nel ricordo di chi ci ha lasciato.
Cristina M. Cavaliere
Conoscevo questo quadro, in effetti è uno dei più famosi di Segantini. Il titolo di primo acchito può quasi sembrare irriverente, ma credo che l’accostamento fra umano e animale esprima la sua visione della “vita” come una realtà ampia e magica in cui noi umani siamo solo un piccolo puntino, e non il centro assoluto come ci illudiamo di essere.
Buone feste 🙂
Buongiorno, Ariano, e come prima cosa buone feste anche a te! 😊 Come seconda cosa, hai centrato il punto: le due madri, quella animale e quella umana, hanno pari dignità, e soprattutto non esiste una realtà antropocentrica, ma solo una dimensione universale di tenerezza e di amore.
Un quadro molto dolce che esprime la maternità umana e animale, niente di più naturale e poetico, del resto lo stesso Gesù bambino viene messo in una mangiatoia tra il bue e l’ asinello. L’amore in tutte le sue forme.
Il Natale è passato, ma ti faccio i miei più cari auguri di buon proseguimento delle festività cara Cristina.
Pensa che ho rivisto questo quadro proprio ieri, nell’ambito della mostra Il Genio di Milano, ed è davvero monumentale, grandissimo. Ho potuto di nuovo ammirarlo, a mio parere è una delle opere più belle sul tema della maternità. Grazie anche per gli auguri, cara Giulia, che contraccambio di cuore. A presto.