Nella stanza da letto, Lyra era distesa a sonnecchiare, protetta dal calore estivo grazie agli spessi muri di pietra. Ogni tanto, un’ape entrava dalla finestra aperta, alla ricerca di polline, e il suo corpo soffice navigava sulle correnti d’aria simile ad una barca sui flutti, prima di volare ancora verso la finestra e sparire nella luce. Era estate piena, ed i rami degli alberi del castello si piegavano carichi di bianco o rosa, in una nuova, straordinaria fioritura. Le api e le farfalle avevano un gran daffare nell’impolverarsi di polline, e nel trasportarlo qua e là, volando fra raggi di sole intrecciati come nastri. Le rondini erano ritornate ai vecchi nidi nelle intravature del castello, e spiccavano il volo, rapidissime, per lanciarsi nel cielo alla ricerca di insetti e, dopo, ritornare al nido dove i piccoli spalancavano becchi enormi.
Lyra si addormentò. Sognò dapprima la dimora del padre dove, nel verziere, coppie di giovani riposavano, teneramente allacciati all’ombra degli alberi, e il vento li accarezzava gentile; in un altro giardino, suo fratello giocava a palla con i coetanei, e il sole faceva brillare i capelli biondi; nella sala da pranzo del castello, re Altair dormiva, tenendo le mani intrecciate sul petto, alzando ed abbassando la testa, e la corona minacciava di cadergli dal capo ad ogni istante; nel chiuso delle sue stanze, la madre Mira, seduta davanti ad un tavolo,
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The Nightmare di Johann Heinrich Fuseli (1802) Freies Deutsches Hochstift, Goethe-Haus http://www.goethehaus-frankfurt.de/ |
mescolava un mazzo di tarocchi, li disponeva, li scopriva, e la regina sostava a lungo, con lo sguardo, sugli arcani, vi poneva le mani sopra, li scrutava, li interpretava.
La principessa Lyra si rigirò su un fianco, e pure il bambino che portava nel ventre, teso ormai al limite, si mosse. Nel sogno, che s’era incupito, la porta della stanza s’apriva, e sulla soglia compariva il Mago del Nord, suo sposo; dietro di lui, era Fomalhaut, che lo seguiva come un cane segue il suo padrone. Aldebaran s’avvicinava a lei o, meglio, al figlio racchiuso nel suo corpo e – oh, cosa orribile! – con un coltello da caccia, fornitogli da Fomalhaut, le apriva il ventre. Poi, egli tirava fuori il bambino, lo avvolgeva in un mantello nero, e si dirigeva verso la Torre della Magia, incurante di lei che rimaneva lì ad implorarlo di ridarle il figlio. Ritto al suo capezzale, tenendo le mani sui fianchi, Fomalhaut rideva, rideva, arrovesciava indietro la testa e mostrava la gola vibrante; infine smetteva di ridere, tendeva le mani verso di lei, saliva sul letto, la spogliava, la montava, incurante del sangue che sgorgava a fiotti…
Allora, Lyra diede un grido, si svegliò di colpo, e si rizzò a sedere con gli occhi spalancati. Rimase così a lungo, tremante e madida di sudore, incapace di scacciare dallo sguardo la visione del Mago del Nord che le rapiva il bambino, dall’orecchio la risata del re dei Crudeli che, ancora, risuonava, e la sensazione del corpo che, ancora, le gravava addosso e la violentava. Infine si guardò attorno: era sola, ed il caldo vento di giugno riempiva l’aria della stanza. Rimase con lo sguardo fisso nel vuoto, e la gola asciutta. V’era un’altra cosa che, del sogno, la turbava; l’aveva appena visto dopo quel parto cruento e tra le braccia di Aldebaran, ma ne era sicura: il bambino era mostruoso. Lentamente, si ridistese, cercò di ritrovare la calma… i suoni placidi dell’estate ritornarono. Finì con l’addormentarsi, senza più sognare.